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Come ogni anno, ci accingiamo a festeggiare la nascita di Gesù, tra luci, doni
e canti, in un'atmosfera nella quale la solidarietà, la tolleranza e l'accoglienza diventano il modo più concreto di testimoniare la nostra apertura
verso l'Altro, la nostra generosità e la nostra indulgenza: gli stigmi stessi di quella humanitas che si riconosce nel presepe. Un presepe che ci
racconta come il figlio di Dio, venuto alla luce in una capanna, porti sulla Terra un messaggio d'amore e di pace, ma anche di carità e di grazia.
L'humanitas di Gesù diventa, così, carne e colore della nostra civiltà senza la quale non possiamo nemmeno pensare di esistere e, quindi, di capire e
di rispettare i valori di chi ha storia, cultura e civiltà differenti dalla nostra. E' dunque semplicemente assurdo pensare di togliere il presepe
dalla nostra vita, perché solo attraverso questo simbolo d'amore universale possiamo intenderne la sacralità e il suo valore più autentico e santo.
Infatti vivere secondo gli insegnamenti di Gesù significa santificare la vita e santificare la vita vuol dire abbandonarsi a Dio affinché, con le sue
opere, ci renda liberi dal male e dal peccato, ma anche dall'idea di vittima, di schiavo e di suddito. Contro questa libertà originaria si sono
scagliati tutti gli imperi e, negli ultimi due secoli del secondo millennio, due grandi reazioni puritane: la filosofia della riforma e il
romanticismo filosofico tedesco. Ma anche due rivoluzioni celesti (celesti perché credevano di abbattere il cielo sulla terra per instaurare la
teocrazia): quella francese dell' 89 e quella d'ottobre. Da questo delirio di padronanza sulle idee, sulle cose e sull'umanità discende anche la
laicizzazione e la sua mitologia dell'azione che instaura, sulla scomparsa della grande tradizione teologica, l'ideologia: la metafora di tutti i
poteri totalitari. E l'ideologia caratterizza, com'è noto, anche le recenti polemiche sorte intorno al presepe. Polemiche che hanno toccato il loro
acme con il caso di una scuola elementare di Como dove, in un canto natalizio, per non offendere gli scolari islamici, si sostituiva la parola Gesù
con "virtù"; e con il caso di una scuola elementare di Treviso dove, al posto del presepe, le maestre hanno proposto di inscenare la favola di
Cappuccetto Rosso. Ebbene, anche grazie a questi gesti, si può capire come le dottrine politiche del ventesimo secolo attraverso i partiti, gli
organismi statali e il sistema militare, oltre a devastare l'arte e la cultura, si siano anche assunte la missione di spazzare via il cristianesimo,
la parola originaria e la fede di Dio.
In questo contesto di assoluto smarrimento spirituale e culturale padre Claudio Bratti, teologo e insegnante di Teologia Biblica presso l'Istituto
superiore di scienze religiose di San Francesco a Mantova, ci narra, invece, come il presepe sorga per rendere attuale una Natività che diviene,
così, anche luogo di cultura, di fraternità e di incontro tra i popoli. "Una cosa è certa: il presepe non offende i musulmani. E questo lo posso
testimoniare di persona perché, durante il mio soggiorno in Palestina, non ho mai sentito un musulmano lamentarsi per la festa della Natività ma,
anzi, i musulmani accoglievano questa ricorrenza con un profondo spirito di partecipazione. In Palestina, infatti, in un ambiente dove la convivenza
tra cristiani e musulmani è antichissima, in occasione delle festività è usanza scambiarsi gli auguri. E questo rito vale sia per i musulmani che per
i cristiani. Gesù, poi, è citato molte volte nel Corano come il più grande dei profeti e dei giusti vissuti prima di Maometto. Inoltre molti versetti
del Corano sono dedicati a Miryam (Maria in arabo), la madre del messaggero di Dio e nella Sura n°3 si parla apertamente anche di Annunciazione. Ma i
riferimenti a Maria sono diffusi nel Corano e tutti tendono ad esaltare la sua figura, la sua disponibilità verso l'Altissimo e la sua concezione
verginale che è, comunque, sempre accennata e avvolta nel mistero. Ciò che risulta inaccettabile per i musulmani è la passione e la morte di Gesù.
Infatti, per loro, Cristo, prima che gli uomini nella loro sconfinata ingiustizia lo uccidessero, fu rapito in cielo, proprio come il nostro testo
sacro parla del profeta Elia.
Contro questa grande tradizione culturale, assolutamente aperta e tollerante, sorge l'epoca tecnoscientifica in cui viviamo e che ha fatto di tutto
per eliminare le nostre tradizioni legate alla valorizzazione culturale e spirituale. Oggi, infatti, difficilmente i bambini conoscono le tradizioni
popolari e le canzoni del Natale che i nostri nonni cantavano più che volentieri. A tramontare, poi, non sono state solo le canzoni del Natale, ma
anche quelle che trasmettevano i valori caratteristici di ciascun popolo. E oggi, a Mantova, chi si ricorda più delle filastrocche, dei proverbi, dei
motti di spirito e delle canzoni delle mondine, dei trebbiatori e dei vendemmiatori ? Tutte culture orali cadute troppo presto nell'oblio ma che,
invece, erano portatrici, con gli scherzi e i giochi, di antichissimi insegnamenti di vita. Ebbene, una volta scomparsa questa grande tradizione
orale, anche la nostra civiltà è sprofondata in un vuoto di valori. Un vuoto testimoniato, appunto, dall'idea di sostituire il presepe con la favola
di Cappuccetto Rosso. Purtroppo questi atteggiamenti, per dir così bizzarri, sono il frutto di quel laicismo fondamentalista che a partire
dall'Illuminismo e dalla rivoluzione francese si sono opposti al rinascimento e all'identità dei valori cattolici. Per come si sono messe le cose ciò
che dobbiamo impegnarci a fare è valorizzare sempre più il sogno del presepe. Un sogno nato nel 1223 con san Francesco quando a Greccio, in provincia
di Rieti, insieme ai contadini volle rappresentare la nascita di Gesù. E oggi, ancora una volta, questo bellissimo messaggio d'amore ci parla di un
Dio che si è fatto uomo, che ha condotto una vita come la nostra e alle ricchezze ha preferito la semplicità e la compagnia di quelli che la
religione del suo tempo definiva impuri: i pastori, i contadini e le persone semplici e senza autorità. Ma il presepe esalta anche la verginità e la
maternità di Maria e in Giuseppe la fedeltà al progetto di Dio. E questo progetto Giuseppe lo attua malgrado le difficoltà e malgrado un potente
sanguinario come Erode. Infine tre stranieri "misteriosi" vengono da Oriente a rendere omaggio a quell'agnello di Dio capace i togliere dalla faccia
della Terra il male e il peccato e di esaltare quel sacrificio d'amore che si compie, ciascun giorno, nell'affrontare le difficoltà della vita
quotidiana. Tutto questo fa parte di quel messaggio di pace che affratella in una mensa comune i cristiani, i musulmani e gli ebrei.
Anche noi de "La stanza dei sogni", insieme al bellissimo messaggio di amore e di pace appena enunciato da padre Claudio, auguriamo che in ogni casa
di Mantova e del pianeta ci sia un presepe ideale che ci ricordi questi valori eterni, soprattutto quello dell'unità della famiglia intesa come
condizione fondamentale per la pace universale.
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